Fujimori in versione "francescano"  

Fujimori, l'ex presidente peruviano su cui pende l'accusa di violazione dei diritti umani, si è "convertito" alla Regola francescana...pertanto si è presentanto in aula calzando sandali alquanto estivi. Dopo la profonda dormita di una settimana fa (quando si addormentò durante il processo e venne svegliato dalla campanella del giudice), l'ex presidente è stato sottoposto ad esami medici per correlare il suo indolenzimento agli arti inferiori con l'ipertensione che lo affligge da alcuni anni (forse da quando i giudici peruviani emisero l'ordine di cattura!). Nella giornata di ieri è stato ascoltato il giornalista Umberto Jara, autore di un libro sul "Grupo Colina", gruppo paramilitare creato ad inizio anni novanta per contrastare il terrorismo interno. A capo di quel servizio di intelligence (dai modi sbrigativi) vi era Vladimiro Montesinos, ideatore della formazione militare. Ieri è stato condannato anche lui a 4 anni per trasferimento illegale di fondi pubblici. Si trattava di 30 milioni di dollari che - nel 2000 - furono trasferiti dal bilancio del SIN (Servicio de Inteligencia Nacional) a conti privati negli Usa. Il responsabile di questo trasferimento (alias "furto") era proprio Montesinos.
Ecco a voi San Alberto de Perú:



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Mumia fuori dal braccio della morte  

clicca per ingrandire

Una corte federale americana ha annullato la sentenza di morte per l'attivista nero "Mumia" Abu-Jamal. "Mumia" è in prigione dal 1982 per il presunto omicidio di un poliziotto (bianco!!). Dopo essere stato sottoposto ad un processo-farsa, con testimoni della polizia artatamente faziosi. Questa vergogna la si può leggere con estrema chiarezza sul sito "Free Mumia": noterete quante omissioni, quante "evidences" buttate lì a caso, quante supposizioni non provate...Insomma, l'omicidio di un poliziotto bianco aveva come "naturale" colpevole (e capro espiatorio) un attivista nero, ex "black panthers". E dal 1982, Mumia se ne stava lì nel braccio della morte, dal quale è uscito il best seller "Live From Death Row". Ieri la sentenza...Non voglio usare il termine "storica" perché è solo un piccolo tassello riparatore in una vicenda di scandali giudiziari che infangano tutto il sistema giudiziario americano. Nel corso degli anni di prigionia in attesa di esecuzione capitale, sono stati parecchi i sostenitori della causa Abu-Jamal: l'arcivescovo Desmon Tutu, Nelson Mandela, il Parlamento Europeo, Amnesty International ed il gruppo californiano dei Rage angainst the Machine, grazie ai quali ho conosciuto (anni fa) il caso di Mumia. Anche Barack Obama ha manifestato, ieri, la propria solidarietà. Non si tratta di una vittoria...La pubblica accusa ha rinunciato a fare ricorso alla sentenza, ma Jamal si è visto commutare automaticamente la pena in ergastolo. Sicuramente un passo avanti. Soprattutto se si pensa al fatto che da circa 6 mesi in Usa nessuno viene giustiziato...dicono che sia un record mai visto...

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Tra due guanciali...  



Se non fosse un processo per violazione dei diritti umani, ci sarebbe quasi da ridere. Un accusato di atrocità di ogni genere che si mette a dormire in quel modo...Il protagonista è l'ex presidente peruviano, Alberto Fujimori. Il giudice, César San Martín, lo richiama una volta, poi un'altra, poi scampanella...niente. Ripropongo il dialogo:

Giudice: "¡Señor Fujimori!"
Fujimori: "ronf, ronf"
Giudice (tra sé e sé): "Sigue durmiendo"
Fujimori (svegliato dal "trambusto"): "..."
Giudice: "Señor Fujimori, está dormido. ¿Tiene usted un problema de salud o tiene un problema de cansanción y nada más?"
Fujimori: "Estoy agotado, en los últimos días tengo adormecidas mis piernas"

Visto l'andazzo del processo, mi aspetto un giudizio abbastanza "grottesco". Durante la prima fase del processo, lo stesso Fujimori aveva sbottato con una scena "neroniana" - un misto tra pazzia e delirio da onnipotenza - ancora visibile sul Tube. Era il 10 dicembre scorso. Ieri l'ennesima "figuraccia" in aula. La strategia difensiva di Fujimori sembra quella di guardare tutti dall'alto in basso; il che gli avrebbe consentito anche di addormentarsi in aula come a dire "ma che mi importa di questi che parlano". Anche durante la sceneggiata di dicembre, l'ex presidente si era appellato ai suoi "super-poteri" politici: "ho salvato il Perù dall'iperinflazione, dalla disoccupazione, dal terrorismo"...che mi rompete le scatole su questi diritti umani?!
Speriamo non abbia ragione...ma, per ora, se ne sta lì a dormire.

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L'intellettuale e la cultura in America Latina. Intervista a Noam Chomsky  

Quanto segue è la traduzione dell'intervista a Chomsky (che non credo abbia bisogno di presentazioni, ma, visto che una certa Giulia Alice non lo conosce, ho lasciato un link) realizzata dalla rivista venezuelana "A Plena Voz" (nr. 35, enero 2008). L'intervista è curata dal giornalista Rubén Wisotzki. L'intellettuale americano ci parla un po' della nuova cultura latinoamericana e dei suoi "adepti", con un occhio al passato. Buona lettura!

R. W.:
È un onore ed un piacere essere qui, a nome del Ministero del Potere popolare per la Cultura ed il Centro Nazionale del Libro, ma soprattutto, a nome di un popolo che ha trovato nel suo pensiero lumi per la costruzione del socialismo del secolo XXI. Da lì la prima domanda: Lei sa che sono a rischio di estinzione la metà delle 7 mila lingue del mondo. Che significato ha questa disgrazia? Come si può evitare?

N.CH:
Ogni volta che una lingua sparisce, la tradizione storica, la ricchezza culturale, la tradizione orale e le stesse forme di vita spariscono; un pezzo dell'umanità sparisce. Non si tratta solo di parole. Le lingue sono parte di una società viva. Gran parte dell'umanità si sta distruggendo insieme alla sua tradizione e alla sua ricchezza culturale. Sta accadendo da tutte le parti e la gente non sembra averne consapevolezza. L'Europa è un esempio; 100 anni fa c'erano molte lingue. Molte persone in Italia non possono più parlare con le proprie nonne perché la loro lingua è sparita. È stata rimpiazzata da un “qualcosa” chiamato “italiano”, lingua nazionale. Ebbi studenti che dopo essersi laureati andarono via, in Germania, interessati alla lingua; insegnarono tedesco in università a studenti che risiedevano in Germania ma parlavano lingue locali. Queste lingue sono differenti, non intelligibili reciprocamente, ma stanno collassando sotto il peso delle lingue nazionali per diverse ragioni, principalmente storiche. Questo fenomeno è certo per le lingue indigene. In quello che oggi è territorio statunitense c'erano migliaia di lingue, ma a causa della loro conquista e della distruzione, gli Stati Uniti sono oggi linguisticamente una società omogenea. In Europa le lingue sono molteplici, non è così negli Stati Uniti, poiché quando arrivarono gli europei spianarono tutto, è per questo che rimangono poche tracce. Questo sta succedendo tragicamente da tutte le parti. Che cosa si può fare al riguardo? Molte cose. Le parlerò di un risultato spettacolare che si sta ottenendo qui e che può essere riprodotto. C'era un linguista meraviglioso chiamato Kenneth Ali che, sfortunatamente, è morto di recente. Tra tante cose di cui si occupò, ci furono le lingue indigene dell'Australia, del sudovest degli Stati Uniti, della Costa Atlantica dell'America Centrale e di molti altri luoghi. Portò gente delle comunità indigeni del sudovest -Hopis e Navajo - a studiare al MIT, che non avevano conoscenze e riuscì a farli laureare come linguisti. Cominciarono a lavorare con le proprie lingue e, ovviamente, superarono il lavoro degli antropologi o linguisti, perché conoscevano la propria lingua ed avevano la conoscenza teorica. Uno di questi casi appartiene ad una indigeno Wampanoag, Jessie Little Doe, che si trova a Boston. Il Wampanoag fu uno delle lingue principali parlate in questa zona, prima dell'arrivo dei coloni inglesi. Ci furono grandi massacri, ma ancora le tracce della sua cultura rimangono. La lingua non si parla più da 100 anni, ma Ken Ali, insieme con Jessie ed un compagno di studi lo ricostruirono a partire da testi antichi, paragonandolo con lingue simili. Jessie Little Doe l'imparò e suo figlio piccolo, che ora ha 3 anni, parla il Wampanoag, il primo “parlante” in cento anni. Ora stanno sorgendo altri casi e la gente si sta interessando, cosicché il fenomeno si sta estendendo. Finché esiste qualcuno che la parla, si può ricostruire una lingua. Le racconterò un'esperienza personale. Una delle mie figlie andò a vivere a Barcellona poco dopo la fine della dittatura di Franco. Quando la andai a trovare, si ascoltava solo lo spagnolo. Ritornai un paio di anni dopo e si ascoltava solo il catalano. Sotto la dittatura, che era molto dura, il catalano era stato soppresso, ma la gente lo parlava in casa, cosicché non lo lasciarono morire. Ci mise 5 anni per emergere di nuovo; tuttavia non è un caso unico. L'ultima volta che andai in Galles, mi stupì nel vedere i bambini nelle sue scuole che parlavano gallese. Se le condizioni sono favorevoli, ci sarà sempre una maniera di recuperare queste cose. Le circostanze nelle quali vivono gli indios sono tanto orribili e la repressione verso essi è tanto estrema che per loro diviene molto difficile - benché non impossibile - mantenere la propria vitalità culturale e, con essa, la lingua. Si richiede sforzo e energia. Mia figlia sta lavorando ora con gli indigeni di La Guajira in Colombia, dove vengono fatti evacuare a causa delle mine antiuomo. Mi corregga lei, ma ho capito che il Venezuela sta facendo un sforzo per mantenere l'integrità delle comunità indigene e fermare chi sta collocando le mine, cioè, dissotterrandole e distruggendole. In Colombia succede il contrario. Non possiamo dire che sia impossibile. Di fatto, i gruppi attivisti coi quali mia figlia sta lavorando hanno avuto successo nel convincere quei gruppi affinché cessino la repressione ed agiscano a favore dei diritti indigeni. Ci si può riuscire.

R.W: Per il terzo anno consecutivo, nella Repubblica Bolivariana del Venezuela, si organizzerà una Fiera Internazionale del Libro che coinvolgerà tutto il paese; come mai prima, lo stato ha riposto la propria attenzione al libro e alla lettura, si pubblicano milioni di libri, si sta motivando una stampa culturale, si è creata una Rete Nazionale di Scrittori, si distribuiscono in maniera gratuita migliaia di copie del “Don Chisciotte” di Cervantes ed “I Miserabili”, di Victor Hugo; ci sono 47 librerie popolari in tutto il paese; ogni giorno noi venezuelani impariamo che nella lettura risiede parte della nostra forza. Il nostro Presidente è il primo gran incitatore alla lettura. Il libro, la lettura sono oggi una grande arma per il futuro. Lo crede anche lei?


N.CH: Sì, certamente sono d’accordo. E ci sono altri paesi che organizzano fiere nazionali del libro, Cuba, per esempio. È un passo importante, non solo in Venezuela, bensì in qualunque paese dell'emisfero, ma anche nelle società industrializzate. Negli Stati Uniti, che le persone non leggano è un gran problema; i bambini non leggono. Li “attaccano” alla televisione ed ai videogiochi; sono allevati a ricercare sempre forti stimoli, cosicché necessitano di molta violenza, colore e rumore. Insisto, lo posso constatare anche personalmente. Questo è indicativo di quello che sta succedendo nel mondo. Quando era bambino, leggevamo libri; i miei figli andavano alla biblioteca e ritornavano più o meno con 15 libri ed andavamo in un angolo a leggere. Qui i miei nipoti non leggono. Ho, tuttavia, due nipoti cresciuti in Nicaragua, che ora vivono in Messico, e leggono di continuo. Possiamo dedurlo dalle statistiche: c'è un decremento molto forte nella lettura e, ovviamente, è un colpo duro inferto alla salute e la vitalità culturale. Se la lettura può svilupparsi in Venezuela, sono sicuro che sarà un meraviglioso progresso. Le racconterò una storia su “Don Chisciotte”: fui invitato a tenere una conferenza circa 20 anni fa in Spagna. C'erano professionisti, linguisti, biologi ed altri. Ad un certo punto feci riferimento al "Cavaliere della Mancha” e nessuno sapeva di che cosa si stava parlando. Non pensai di doverlo spiegare, ma quasi nessuno capì il riferimento. Deduca lei…questeerano tutte persone istruite…in conclusione, è una buona idea fare sì che la gente legga “Don Chisciotte”, specialmente ora che cade il suo anniversario.

R.W: Come lei ha detto, riferendosi all’America Centrale, "gli intellettuali che in passato turbarono l’ordine costituito con il loro impegno a favore degli oppressi ed “invisibili”, furono doppiamente assassinati, cioè, uccisi prima, dimenticati poi." Quelli, uccisi due volte, sono rinati in altri. C'è un nuovo ordine intellettuale. Che strade deve seguire questo nuovo intellettuale per non fallire nella sua società?


N.CH: Bene, non so se la sua telecamera può mostrarlo, ma c'è lì una illustrazione di quello di cui lei sta paròlando. Come può vedere, è l'Angelo del morte e questi sono: l'Arcivescovo Romero, i sei intellettuali gesuiti assassinati, la sua domestica e figlia di lei. Questo quadro rappresenta quello che furono gli anni Ottanta. Romero fu assassinato mentre officiava la messa nel 1980, e gli intellettuali gesuiti in 1989. Furono assassinati da un battaglione d’élite armato ed addestrato dagli Stati Uniti che già allora aveva lasciato una scia di sangue e violenza, con le migliaia di vittime di sempre: contadini, operai, attivisti per i diritti umani, sacerdoti, etc. Fu una decade assassina; morirono quasi 75.000 persone, quasi tutti per mano delle forze di sicurezza appoggiate dagli Stati Uniti. Tutto questo venne alla luce grazie alla Commissione di la Verità, benché fosse un momento in cui nessuno prestava attenzione. Questo quadro me lo diede un sacerdote 15 anni fa e credo di averlo appeso qui per ricordarmi del mondo reale. Ma poi risultò un esperimento interessante. Persone di tutto il mondo entrano a questa sala ed ad un certo punto incominciai a domandar loro se sapevano cos’era. Quasi nessun statunitense seppe mai rispondere; forse il 10% degli europei potrebbe saperlo. In America Latina quasi tutti sapevano, per lo meno fino a poco tempo fa; i giovani sanno molto poco su questo tema, e stiamo parlando di storia recente, sono gli anni Ottanta. Se le stesse cose fossero accadute in Cecoslovacchia in quegli stessi anni, se Vaclav Havel e i suoi compagni fossero stati uccisi dalle forze di sicurezza russe; se avessero assassinato migliaia di Cechi; se l'Arcivescovo ceco, voce degli esclusi, fosse stato ucciso mentre celebrava la messa, tutto il mondo lo saprebbe. Probabilmente si sarebbe scatenata una guerra nucleare tale che non rimarrebbe nessuno per raccontarlo, ma a parte quello, tutto il mondo lo saprebbe. Sarebbe una grande storia di orrore. Ma quando succede qui nessuno sa e sfortunatamente la mia esperienza mi dice che i giovani in America Latina neanche lo sanno. Potrebbe dirmi quante persone in Venezuela sarebbero in grado di identificare il quadro? Bene, quello rappresenta ciò che accadde ed è verità. La classe intellettuale in America Centrale è significativa. Molti erano sacerdoti e furono decimati insieme alla popolazione. Gli Stati Uniti scatenarono grandi guerre negli anni Ottanta; centinaia di migliaia di persone furono assassinate ed affondarono paesi che non potranno riprendersi mai più. È curioso che nella regione centroamericana sia presente solo un paese che sembra essersi sollevato: il Costa Rica, ed è, in realtà, l'unico che gli Stati Uniti non invasero mai. Questa correlazione è spaventosa. Sappiamo che il bersaglio principale dell'intervento nordamericano nella regione è Haiti, che rappresenta un disastro. In primo luogo, la Francia lo distrusse, lo derubò e continua a farlo. Quindi, gli Stati Uniti intervennero ad occuparlo massicciamente. Con Woodrow Wilson, idealista supposto, inviarono la marina ad occuparlo, cacciarono il Parlamento, approvando una legge che consegnasse le terre alle corporazioni nordamericane responsabili di decine di migliaia di morti, e restaurarono virtualmente la schiavitú, lasciando quel paese nelle mani di una guardia nazionale brutale. Non andiamo a spasso per tutta la storia, ma nel 2004, Stati Uniti e Francia, i suoi boia tradizionali, intervennero nuovamente ad Haiti e abbatterono il governo. Sappiamo che il Haiti è uno dei paesi più poveri del mondo. Quale è il secondo? Nicaragua, un altro bersaglio degli Stati Uniti. In realtà, retrocesse ad una condizione da XIX secolo, riuscendo a rimettersi enormemente in questo secolo. Il Guatemala lo segue nella lista dei paesi con tutti i mali degli ultimi 50 anni: assassini, omicidi, combriccole organizzate, etc. Come dissi prima, nell’unico paese in cui gli Stati Uniti non intervennero (Costa Rica), la società funziona più o meno come una società europea o occidentale. Queste correlazioni sono abbastanza significative, e tuttavia, lei veda se può rintracciare qualche università o scuola negli Stati Uniti o Europa che parli di ciò o che sia cosciente di ciò. Come possono gli intellettuali centroamericani sopravvivere a questo? Se essi riusciranno, anche la società sopravvivrà. Se la società viene distrutta, essi faranno la stessa fine. Ora, come può sopravvivere la società? Si richiedono due fattori: uno di essi è interno; la società deve resistere alle atrocità ed alla repressione, sapendo che esiste un limite di sopravvivenza per paesi Haiti o Guatemala quando c'è un super-potere che cerca di distruggerti. Cosicché il fattore più importante sta qui, negli Stati Uniti e nei loro alleati europei, proprio dove si trova il potere: a meno che i “grandi” accettino la loro libertà ed il indipendenza, la possibilità di raggiungerle sono minime. In tutta la storia, la realtà ha dimostrato proprio il contrario, ma attraverso la cooperazione e la solidarietà può riuscirsi. Ancora, quando successero cose orribili durante gli anni Ottanta, si ebbero anche alcune cose buone. Una di esse fu la nascita di movimenti di solidarietà, inesistenti in tutta la storia dell'imperialismo occidentale. Pochissime persone pensavano, per esempio, di andare a vivere a paesi oppressi per aiutare e proteggere le vittime. Mai prima nessuno pensò di andare dalle popolazioni vietnamite o algerine per proteggerle dalle forze francesi o statunitensi. Solo a partire dagli anni Ottanta sorse negli Stati Uniti un movimento popolare abbastanza consistente, benché poco conosciuto; veniva dai centri d’élite come Boston, come dal Mid-west, dal sud-ovest e dalle zone rurali. Molti di essi provenivano dalle chiese, principalmente quelle evangeliche e cristiane. A proposito di questo, ricordo che viaggiai molte volte in quegli anni in zone rurali come il Kansas; lì la gente sapeva più dell'America Centrale che ad Harvard, e certamente più che la CIA, che è tutto dire..Erano molto impegnati, poiché la loro conoscenza veniva dall’esperienza direttamente “sul campo”. In realtà, una delle mie figlie andò in Nicaragua per quel motivo e ancora vive lì. Si è diffuso come un movimento di solidarietà internazionale, principalmente cristiano e evangelico. Ci sono, per esempio, pacifisti cristiani ad Hebron, in Iran ed Iraq; sono persone molto coraggiose ed ammirevoli. Questo è il tipo di solidarietà che, alla lunga, può fare la differenza, ed una delle ragioni per la quale i movimenti internazionali di giustizia globale sono importanti. Il cosiddetto movimento anti-globalizzazione è in realtà pro-globalizzazione, poiché ascolta le persone, non le corporations. Per esempio, i gruppi che si riuniscono nel World Social Forum, sono completamente qualcosa nuovo nella storia; non è mai esistito qualcosa così. È l'inizio di un genuino movimento internazionale con gente di ogni tipo: contadini, operai, élite di intellettuali, gli attivisti per i diritti umani, tutto quello che si possa pensare, riunendosi, che decidono ed interagiscono, in vera solidarietà. Prima di andare al World Social Forum a Porto Alegre, Brasile, andai alla riunione della “Vía Campesina”, organizzata poco distante, e mi sembrò straordinaria. Contadini che rappresentano la gran parte del Brasile, dell'America di quello Sud, alcuni degli Stati Uniti, insieme in una riunione molto costruttiva e inoltre molto allegra, che è sorprendente, considerando quello che succede ai contadini in tutto il mondo. Da donne che vendevano semi fino a discussioni su come inserire questi problemi nel discorso politico. Questa riunione ebbe luogo in una fattoria collettiva del MSL, Movimento Socialista dei Lavoratori, che è, per me, il movimento popolare più importante al mondo. Sono centinaia di migliaia ed hanno fatto cose meravigliose, tra esse la presa di terre incolte, la creazione di fattorie collettive e sistemi di distribuzione collettiva, e per ciò hanno affrontato una terribile repressione. Possiamo considerare questo movimento come il vero Socialismo del secolo XXI, ma che sorge dalla base. In prossimità della “Vía Campesina” si tenne il World Social Forum, con una partecipazione molto più ampia di distinti settori sociali. Credo che siano le basi per quel tipo di solidarietà in grado di frenare l'intervento dei poteri imperiali. Lei può vederlo in Venezuela: l'ultima volta che Stati Uniti cercò di abbattere un governo eletto fu nel 2002 e dovettero battere in ritirata, non potendo portarlo a termine. Trenta anni prima avrebbero avuto successo. Quando l'amministrazione Kennedy decise abbattere il governo di Goulart in Brasile, lo fece facilmente; successe un paio di settimane dopo il suo assassinio. E stiamo parlando dei democratici liberali! Essi gettarono le fondemanta per un colpo di stato militare, l'eseguirono e stabilirono il primo stato di sicurezza nazionale in stile neo-nazista in America Latina. Ovviamente, essendo il Brasile un paese importante, questa piaga si estese al resto del continente come mai dalla conquista spagnola, e naturalmente finì in Centroamerica. A quel tempo, non era molto difficile abbattere un governo; non c'erano proteste né nessun impedimento; nessuno prestava attenzione. Nel 2002 fu molto differente. In primo luogo, ci furono molte proteste in America Latina ed in secondo luogo, lo si tentò in forma occulta; non si può più farlo apertamente nella solita maniera. Sappiamo che è un processo lento, ma, nonostante le atrocità ed il gran numero di vittime, ha migliorato col tempo, a partire dal primo movimento di solidarietà di masse negli anni Ottanta sorto dalla base: America rurale, il Mid-west, le chiese evangeliche in Arizona, etc. Quella è la corrente popolare del paese che ostacolerà l'intervento e la violenza imperiale, attraverso l'interazione con altri paesi. Ci sono nuove opportunità per gli intellettuali. Essi non vivono in un nulla, vivono in una società. Se il società non è ricettiva con essi e se non collaborano con quella società, non si può fare niente.



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L'erba del vicino (25 marzo)  


Oggi propongo la lettura di alcuni articoli che ho trovato in giro per il web. Partiamo dalla Colombia. Guido Piccoli, uno dei massimi esperti del paese latinoamericano in questione, in un articolo sul "Manifesto" ci parla del cerotto di Uribe all'opposizione: attivisti per i diritti umani, oppositori, sindacati...tutti con la spada uribiana che pende sul capo.
In Paraguay è tempo di elezioni e la pressione Usa comincia a farsi invadente; ce ne parla David Lifodi di Peacelink. Negli Usa, patria delle contraddizioni (insanabili?), la BBC sostiene che un giovane su quattro abbia una malattia ST, da rapporto sessuale...2,3 milioni di adolescenti e giovani americani sono infettati da una di queste malattie. E' - a mio avviso - una dato sconvolgente!
Ieri, 24 marzo, era anche l'anniversario (32esimo) del golpe militare in Argentina. 30 mila morti durante il feroce regime (1976-83). Guardarsi indietro per andare avanti! Segnalo un articolo da Telesur (con video annesso) e mando un grosso abbraccio alle "Madres y Abuelas de Plaza de Mayo". Dal blog di Selvas.org segnalo anche il decimo anniversario della lotta alla droga in America Latina. Tempo di bilanci?
Da ultimo, tema non latinoamericano, il quinto "compleanno" della guerra in Iraq...Una vignetta di Telesur (cruda, ma che fa riflettere) vale più di mille parole.

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Recordando a Óscar Romero  

Oggi è Pasquetta, ma è (anche) l'anniversario (il ventottesimo) della morte dell'Arcivescovo Romero. Per comprendere l'importanza universale della sua figura lascio in fondo al post un video molto toccante. Per commentare la sua opera pastorale, basta affrontare un paragone neppure troppo scontato. Alla fine degli anni Settanta, quando le gerarchie della Chiesa romana si schieravano (più o meno apertamente) con le grandi dittature latinoamericane e organizzavano visite pastorali in Argentina e Cile (compresa un Giornata Mondiale della Gioventù), l'Arcivescovo di San Salvador adottava come metro di valutazione della realtà latinoamericana la sofferenza degli "ultimi", degli oppressi. La guerra civile salvadoregna, che scoppiò nel 1979, se lo portò via, cancellò uno dei più illustri ed illuminati teologi latinoamericani. Fu ucciso il 24 marzo 1980 mentre celebrava la messa, durante l'Eucarestia. Raggiunto al cuore da un colpo di arma da fuoco. I mandanti? L'ARENA, l'Allenza Nazionalista Repubblicana, che era parte del regime di terrore e repressione, instauratosi on il beneplacito e il finanziamento americano. Questa situazione di finanziamento internazionale della repressione era ben presente nella mente di Romero, che, infatti, scrisse al presidente Carter: "this money is being used to repress my people". Carter perse una grande occasione per salvare un grandissimo uomo e non rispose mai alla missiva. Era la prima fase della condanna a morte. La sua colpa? Aver tuonato contro la repressione feroce dell'esercito. La sua condanna a morte fu probabilmente decretata in seguito all'omelia pronunciata domenica 23 marzo 1980, giorno prima della sua esecuzione:
Yo quisiera hacer un llamamiento, de manera especial, a los hombres del ejército. Y en concreto, a las bases de la Guardia Nacional, de la policía, de los cuarteles... Hermanos, son de nuestro mismo pueblo. Matan a sus mismos hermanos campesinos. Y ante una orden de matar que dé un hombre, debe prevalecer la ley de Dios que dice: "No matar". Ningún soldado está obligado a obedecer una orden contra la Ley de Dios. Una ley inmoral, nadie tiene que cumplirla. Ya es tiempo de que recuperen su conciencia, y que obedezcan antes a su conciencia que a la orden del pecado. La Iglesia, defensora de los derechos de Dios, de la Ley de Dios, de la dignidad humana, de la persona, no puede quedarse callada ante tanta abominación. Queremos que el gobierno tome en serio que de nada sirven las reformas si van teñidas con tanta sangre. En nombre de Dios y en nombre de este sufrido pueblo, cuyos lamentos suben hasta el cielo cada día más tumultuosos, les suplico, les ruego, les ordeno en nombre de Dios: Cese la represión.

Oggi pochi conoscono la storia di Romero, il suo impegno verso i più poveri, gli afflitti, gli oppressi. Nel 1980, in Salvador morivano 3.000 persone al mese a causa della guerra civile. Da qui la "nuova vocazione" a proteggere chi non aveva protezione alcuna, insieme all'omicidio (per mano dell'esercito) di un sacerdote suo amico intimo. Di fronte a lui una Curia Romana totalmente distratta, a corto di iniziative e arroccata su posizioni assurde. Che continuano imperterrite anche durante il processo di beatificazione che è in corso (aperto nel 1997). Per lungo tempo, l'opera spirituale di Romero, così come la stessa "teologia della liberazione", sono state guardate con circospezione dal Vaticano. Addirittura, il processo di canonizzazione è rimasto "congelato" per molti anni poiché Romero veniva considerato un "rivoluzionario politico" e non un uomo di Dio (?). La ciliegina sulla torta è stata messa lo scorso anno durante la visita del Papa in Brasile. Durante la solita trasmissione del sempreverde Bruno Vespa, il giornalista Giuseppe de Carli (ex vaticanista del TG1 e responsabile della struttura RAI-Vaticano dal 2003) affermò: "Oscar Romero...ucciso dai sandinisti...qualche anno fa". Putroppo sbagliò tempistica (gli anni dalla morte erano 27, oggi 28) e pure paese (i sandinisti stavano in Nicaragua) e pure i mandanti (che non erano i sandinisti)! Forse, nel suo piccolo, è già una spiegazione di come il Vaticano conoscesse e conosca l'Arcivescovo Romero. Nel frattempo, Romero è già da tempo un santo popolare (anche se non riconosciuto dal gotha romano) in America Latina: "San Romero, Mártir de las Américas".

¡Mons. Romero Vive!

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Venerdì Santo in America Latina  

Guatemala

Ecuador


Nicaragua


Quelli vestiti di viola non sono membri di una setta, ma semplicemente vengono detti 'cucuruchos' per via del copricapo. Rappresentano dei portatori, che portano in processione le effigi del Cristo. In alcune aree, come Città del Guatemala, sono venuta a sapere di processioni interminabili e un 'cucurucho' può camminare anche più di dodici ore. La copertura totale di colore viola rappresenta il lutto, il colore di paramenti sacri durante il Venerdì Santo. Anche se altrove, come a Quito, esistono anche costumi totalmente neri. Ancor più rappresentativi del lutto per la crocifissione. Esiste anche una versione femminile, ovvero le "verónicas", che rappresentano la figura evangelica della Veronica, che asciugò il sangue di Cristo lungo il Calvario.
Ovviamente, anche in America Latina, la Pasqua non è solo un momento sacro . Il profano si manifesta attraverso un aumento dei visitatori nelle zone turistiche. Qualche dato importante. In Colombia, il "ponte" pasquale metterà in marcia circa 1 milione di veicoli e 200mila turisti stranieri. In Messico, almeno un quarto dei suoi 105 milioni di abitanti si trasferiranno nei principali centri turistici (Acapulco, Cancún, Ciudad de México, Guadalajara, Monterrey, Puerto Vallarta e Veracruz). In Argentina si muoverà un flusso di 2 milioni e mezzo di "turisti interni". Esiste, tuttavia, anche un fenomeno intermedio tra fede e turismo. Esempi? La via crucis di San Juan (Puerto Rico), che si ispira (dal 1521) a quella di Sevilla, che ogni anno richiama moltissimi "turisti". In Brasile, il paese con il maggior numero di cattolici al mondo, si registrano solitamente attorno alle 50mila presenza alla via crusic nella basilica di
Nuestra Señora Aparecida. Sembra davvero uno scontro di cifre tra "fide y diversión". Vedremo poi chi l'ha spuntata.

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Chávez, popolarità in calo.  

Il presidente bolivariano Hugo Chávez ha toccato il minimo storico nei consensi, il 34%. Lo afferma uno sondaggio del quotidiano "El Nacional", che ha preso a campione 2.000 cittadini venezuelani. Il risultato è presto detto: il presidente è al peggior livello di popolarità da cinque anni a questa parte ed eguaglia il proprio record negativo del terzo trimestre 2003. Ben il 51% degli intervistati ha risposto di non avere fiducia (o pochissima fiducia) nelle politiche del presidente. Interessanti anche i dati sull'appoggio elettorale a Chávez: se si dovesse votare oggi, il 34% lo voterebbe e il 27% no. I "no", coloro che rifiutano in toto le politiche del presidente sarebbero cresciuti di almeno dieci punti percentuale rispetto ad inizio 2007. Tuttavia, il "partito" più popoloso è quello dei "ni-ni", ovvero di coloro che né rifiutano a priori il presidente né sono innamorati delle sue politiche. La "palude" sarebbe collocata attorno al 37%. Polarizzazione scongiurata? Questi dati - pur presi con le "pinze" - rappresentano un ulteriore elemento della flessione di consensi che stanno vivendo il bolivarismo venezuelano e lo stesso Hugo Chávez. Una flessione che era stata decisiva nel referendum del 2 dicembre scorso. Allora fu una bocciatura della riforma costituzionale. Oggi, Chávez è messo in difficoltà da ex amici e dall'ala social-democratica della sinistra venezuelana. Da un lato, il segretario generale di Podemos, ex alleato di Chávez e oggi stregato dalla "tercera vía", Ismael García ha approfittato della situazione per colpire duro: "il discorso politico chavista si sta esaurendo". Secondo Podemos, il "mago de las emociones" avrebbe esaurito gli effetti speciali...e non starebbe investendo le entrate petrolifere in maniera funzionale allo sviluppo del paese, ma soprattutto gli scaffali sono vuoti. Altra tegola lanciata da parte di AD (Acción Democrática), partito social-democratico, che denuncerà il presidente Chávez di fronte al Congresso dell'Internazionale Socialista (Atene, giugno 2008). AD ha raccolto in un volume di cento pagine in cui si sondano le connessioni del presidente con la "narcoguerrilla colombiana" e le ingerenze nella politica di altri paesi. Un brutta situazione di immagine, molto simile a quella che portò al referendum revocativo del 2004. Allora il presidente seppe rialzarsi...E oggi?

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Le rimesse straniere, il "petrolio" dell'economia centramericana  

Secondo l'agenzia francese AFP, i centroamericani che vivono delle rimesse provenienti dai familiari emigrati all'estero sarebbero svariati milioni. Le rimesse costituiscono, soprattutto in alcune aree rurali, il vero "petrolio" dell'economia domestica. Alcuni stati messicani, come quello di Oaxaca, si sono praticamente "spopolati" dopo i disordini post-elettorali del 2006. Qui, su un totale di 1,6 milioni di abitanti, almeno un terzo della popolazione è "fuggita" all'estero. Un caso abbastanza simile si registra nello stato messicano del Chiapas. Una tipica zona rurale e campesina che sopravvive proprio grazie all'assistenza esterna di emigrati che fanno affluire moneta forte - come il dollaro - nelle tasche dei propri parenti. Solo nel 2007, il Messico è stato paese destinatario di 24.000 milioni di dollari. Cifra spoglia, ma che assume un significato ben diverso se si pensa che equivale al pil di paesi come il Costa Rica, la Siria o la Repubblica Dominicana. Occhio e croce, il 3-3,5% del pil messicano è fatto di rimesse straniere. Una cifra che fa eco al numero di messicani che vivono in Usa: 12 milioni, di cui almeno la metà sono "indocumentados" e quindi non regolari. Per i paesi meno popolosi (e visibilmente meno ricchi) del Centroamerica, i trasferimenti sono una vera "manna" per risollevare le sorti di fragili economie. In Honduras, le rimesse per il 2007 hanno raggiunto i 2.600 milioni di dollari, un terzo del Pil. Stesso discorso per il Salvador, dove le rimesse rappresentano il 18% del prodotto nazionale. In Guatemala sono arrivati 4.000 milioni di dollari, una percentuale più ridotta del Pil, ma da tenere in considerazione.
In generale, l'intera America Latina beneficia di un trasferimenti di 45.000 milioni di dollari (CEPAL, 2004), molto più del Pil della strabiliante (per performances economiche) Slovenia. Teniamo però in considerazione che queste rimesse fanno sopravvivere almeno 2 milioni e mezzo di persone che vivono in condizioni di indigenza e in economie di sussistenza. In America Latina, almeno 300 milioni di persone vivono in povertà (CEPAL, "Panorama Social 2005"). Gli ultimi effetti della instabilità economica statunitense hanno però avuto anche effetto su questo trasferimento di denaro operato dagli emigrati. Dal Banco Interamericano de Desarrollo (BID) arrivano notizie di uno scarso incremento delle rimesse (verso alcuni paesi) per l'anno 2007. In Messico, l'incremento registrato l'anno scorso fu dell'1% (contro una media del 10% degli anni precedenti); verso il Brasile, il flusso si è ridotto del 4%. Non si tratta di una crisi generalizzata, in quanto i paesi andini e centroamericani aumentarono considerevolmente il flusso dei trasferimenti. Ma è un sintomo di qualcosa...Il BID sostiene che: "La mayor parte de las remesas sigue siendo todavía destinada a gastos corrientes como alimentación, ropa, vivienda y medicinas". Con la recessione americana, anche al sud si tirerà la cinghia!

Segnalo in coda un articolo uscito quest'estate sulla rivista della Cepal (n.92\2007):
"Migraciones internacionales y desarrollo: el impacto socioeconómico de las remesas en Colombia" (scaricabile in .pdf).

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Perù accusa Chávez di finanziare la sinistra peruviana  

Il primo ministro peruviano, Jorge de Castillo, ha accusato recentemente Chávez di ingerenza politica in Perù. De Castillo considera le Casas del ALBA (circoli politici legati all'Alternativa Bolivariana) una invasione di campo ad opera di paesi latinoamericani che fanno parte di questa nuova corrente antiliberista. Il primo ministro ha usato parole forti soprattutto contro Caracas: "Si el gobierno de Venezuela quiere ayudar, tiene los canales normales para hacerlo, pero no por debajo de la mesa". Pur ammettendo di non avere prove certe, si dice sicuro delle sue supposizioni che qualificano come "ingerenze" i supposti finanziamenti del Venezuela (ma anche di altri paesi citati, come Nicaragua e Cuba) ai circoli bolivariani. Si tratterebbe davvero di ingerenza? Direi di no, anche se ci fossero realmente trasferimenti di denaro. Infatti, da che mondo e mondo alcuni partiti (da destra a sinistra) latinoamericani hanno sempre goduto di finanziamenti stranieri. Dalla DC cilena ai vari partiti comunisti e di sinistra del continente. Lo stesso partito aprista, che attualmente è al governo del Perù con García, nacque (nel 1924) come partito continentale: la Alianza Popular Revolucionaria Americana. Venne concepito come un movimento molto ampio, che strinse legami internazionali con partiti della regione latinoamericana. Il partito venezuelano Acción Democrática, il Partido de Liberación Nacional de Costa Rica e il Partido Socialista de Chile (quello di Allende, per intenderci) erano tutti rami internazionali della APRA embrionale